martedì 3 novembre 2009

Il Momento Propizio

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.” Giuseppe Fava
Fava, giornalista catanese, venne ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984; tentarono a lungo di spacciare per delitto passionale il suo omicidio, solo nel 2003 la Cassazione condannerà all’ergastolo, come mandanti della sua uccisione, i boss Santapaola ed Ercolano. Nessun politico o cavaliere del lavoro catanese accusato da Fava di essere un tutt’uno con la mafia verrà mai indagato per l’omicidio dello steso Fava.I veri mandanti di quell’omicidio, come in molti altri casi, stanno in alto e godono di impunità.

La storia di Peppino Impastato viene scoperta da tutte le scuole ed università italiane con un film del 2000 “I cento passi “, quel film ha ricostruito fedelmente la vita e la morte del fondatore di radio AUT, prima che giungano le sentenze definitive della magistratura sulla morte di Peppino Impastato.
23 anni, questo sarà il tempo impiegato dalla giustizia italiana per individuare i responsabili dell’omicidio Impastato. Le indagini partirono in mala fede, si voleva far credere che Peppino si fosse suicidato, le inchieste vennero bloccate più volte e si chiusero nell’88 con la conferma della natura mafiosa del delitto ma, “data la manifesta impossibilità di trovare i responsabili”,senza nessun condannato.
I compagni di Peppino e sua madre sapevano la verità, sapevano che la morte di Peppino l’aveva ordinata il boss locale Gaetano Badalamenti, perciò lottarono per avere giustizia, scissero libri d’accusa, presentarono esposti alla procura di Palermo a seguito dei quali l’inchiesta verra riapertà e si concludera nel 2001 con la condanna all’ergastolo di Badalamenti boss di Cinisi.

Che la giustizia Italiana sia lenta è fatto tristemente noto, mai in questi casi a quella che è la lentezza intrinseca, “strutturale” dei procedimenti giudiziari nostrani si aggiunge il fatto che una parte delle procure competenti vuole che quei processi non vadano avanti.
La lentezza diventa allora tragicamente dolosa! Proprio coloro che devono garantire la giustizia si adoperano per fermarla !
Ovviamente sono una minima quota questi magistrati che remano contro l’accertamento della Verità, e inoltre essi entrano in azione solo su determinate inchieste:quelli che toccano gli intoccabili, i poteri forti.
Vedi il giudice della Corte di Cassazione Carnevale noto come ” l’ammazzasentenze” in quanto cassava tutte le sentenze contro i mafiosi alle dipendenze della politica o il procuratore Dolcino Favi che ha espropriato De Magistris delle sue inchieste perchè stavano andando troppo avanti, stavano portando alla luce cio’ che deve rimanere sepolto. Del resto, nonostante numerosi collaboratori di giustizia hanno definito Favi “il referente numero 1 della mafia nella magistratura”, Dolcino non viene toccato da nessun provvedimento disciplinare del CSM.
Finanche Palermo, procura simbolo della lotta alla mafia, non è immune da questi magistrati poco scrupolosi nello svolgere le proprie funzioni, pensate che la famosa lettera di Provenzano a Berlusconi, in cui si minaccia il rapimento del figlio del cavaliere, spuntata nel mese di luglio, marciva negli archivi della procura palermitana dal febbraio 2005, era stata sequestrata, dai carabinieri ,durante una perquisizione Massimo Ciancimino con un verbale di acquisizione molto chiaro “lettera di Provenzano a Berlusconi”. Possibile che nessuno in procura a Palermo avesse notato e preso in considerazione una missiva del genere? NO. Possibile che non ne siano venuti a conoscenza il procuratore capo di Palermo Grasso ( ora procuratore nazionale antimafia ) ed il sostituto Pignatone(ora procuratore capo a Reggio Calabria)?NO.
Perché l’hanno insabbiata ? Forse per fare carriera. . .
Adesso alla procura di Palermo ci sono magistrati come Ingroia, Scarpinato, Di Matteo che lavorano con passione per l’accertamento della verità, anche a Caltanissetta le inchieste sulle stragi del 92 sono ripartite grazie al procuratore capo Lari .
Non dobbiamo permettere, come è avvenuto in passato, che le loro indagini vengano fermate o ostacolate. Né tantomeno possiamo permettere che vengano imbavagliati i mezzi di informazione e di quelle indagini l’opinione pubblica non ne sappia nulla.
Ci sono tanti piccoli segnali di risveglio di una società per troppo tempo sopita ed é concreta la possibilità che emerga con chiarezza lo scenario politico-mafioso che da quasi 20 anni caratterizza la storia del nostro paese, perciò dobbiamo mobilitarci per chiedere che verità e giustizia vengano fatte una volta per tutte, tutti gli italiani onesti devono scendere in piazza a manifestarla loro indignazione per questa ” mafiocrazia” e la loro volontà di cambiamento.
Chi vuole sentire quel fresco profumo di libertà deve lottare adesso!
La manifestazione del 26 settembre a Roma con in mano l’agenda rossa di Paolo Borsellino è stata straordinaria ma eravamo ancora troppo pochi!


Francesco Bruno

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